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IL CENTRO TERMALE
Le Terme di S.Giovanni sorgono sul mare ma circondate da un bosco di eucalipti e da un parco di oltre quindici ettari.
Nello stabilimento termale si praticano i trattamenti più diversi, in base alle diverse patologie. La talassoterapia (bagno in vasca con acqua di mare) si può praticare come complemento alle applicazioni di peloidoterapia (ovvero dei fanghi marini) o da sola, ma con l’aggiunta di estratti o decotti alle alghe e piante marine.
I trattamenti anticellulite si praticano con idromassaggi con acqua salsoiodica con l’aggiunta di estratti a base di alghe e piante marine, eventualmente preceduto dalla
fangoterapia con bendaggio occludente e seguito dalla applicazione di creme. Altri trattamenti estetici prevedono maschere facciali con applicazione del limo, particolarmente indicato per le pelli grasse, affette da acne di vario tipo, da eczemi seborroici o per la cute senile. Infine il centro dispone di personale in grado di effettuare qualsiasi tipo di massaggio ed è dotato di un reparto di terapia fisica e di riabilitazione.
I LIMI
È noto a tutti che cosa s’intende con limo: un peloide derivante dalla lenta commistione tra un elemento solido prevalentemente inorganico ed una componente liquida rappresentata da un’acqua di laguna marina, aperta o chiusa, di lago salato o dolce oppure di fiume.
Nel corso degli anni, dai limi "misconosciuti" di Federici, ponendo l’attenzione sul diverso contenuto in sostanze organiche, seppure tale componente rappresenti una parte quantitativamente minore del mezzo di cura termale rispetto alle torbe e alle bioglee, si è arrivati ad una maggiore conoscenza della loro struttura chimico-fisica, delle loro proprietà e del loro campo d’azione.
Oggetto della presente trattazione sono i limi marini, in particolare quello di Portoferraio dove dal 1963, anno di apertura del centro, viene praticata la peloidoterapia con limo marino seguita dalla balneoterapia marina con acqua di mare arricchita con fitoderivati alle alghe e piante marine.
In Italia i centri termali dotati di tale peloide sono tre: Cervia, Margherita di Savoia e appunto le Terme di San Giovanni dell’Isola d’Elba che presentano differenze tra loro.
Un comune denominatore tra i centri invece è rappresentato dal fatto che sorgono entro complessi originariamente organizzati come saline.
Una delle prime tracce delle saline di Portoferraio si trova in una lettera del commissario Guicciardini risalente al 1555. Prima i Medici, poi i Lorena quindì i Francesi (Napoleone stesso in un carteggio con Bertrand fa aperto riferimento alle saline) diedero l’impulso al mantenimento e all’ampliamento della produzione del sale. In effetti, alle prime si aggiunsero le saline di San Pietro come si vede nella foto che risale al 1893, che corrispondono precisamente alla zona dove sorgono attualmente le terme di San Giovanni. Alla fine dell’800 le saline erano ancora perfettamente funzionanti e si estendevano per una superficie di ca. 34 ettari.
Nel 1900 le saline vennero chiuse e, nello stesso anno, acquistate dal Regio Demanio dalla Società Elba Anonima di Miniere ed Altiforni con sede a Genova, società che poi prenderà il nome ILVA. All’alba del nuovo secolo Portoferraio sta per darsi la prima industria di una certa importanza; nell’agosto del 1902 gli altiforni gettarono la prima colata. Gran parte delle scorie della fusione, la cosidetta loppa, veniva recuperata dalla campana degli altiforni e quindì portata alla discarica che costituisce le fondamenta dell’attuale zona industriale e commerciale situata alle spalle delle terme di San Giovanni, altri derivati (oligisto, manganese pirite) finivano in mare nella zona delle ex saline di San Pietro che corrisponde in parte al nostro mare nella zona delle ex saline di San Pietro che corrisponde in parte al nostro bacino. Lo stabilimento nasce tuttavia tecnologicamente già vecchio, a Portoferraio non si producono che materiali grezzi e si regge ormai solo per l’impulso dato alla siderurgia dalle necessità belliche della politica coloniale Italiana. Parafrasando Virgilio nell’Eneide il Duce stesso definisce l’Elba "ferrigna". Il 1948 vede la chiusura degli altiforni.
La zona delle saline nei primi anni ’50 viene quindi adibita a pascolo per i cavalli di un "furbone" dell’epoca che, acquistati i puledri di razza un po’ ammaccati dalla stagione delle corse all’ippodromo di San Rossore, li rimetteva "miracolosamente" in sesto per rivenderli ai signorotti del paese. In effetti, gli animali che normalmente presentavano dolori e gonfiori ai garretti, immergendo questi stessi nel
"materiale fangoso" della zona con cui nell’800 venivano costruite le spallette dei bacini di contenimento del sale, miglioravano enormemente. Gli stessi contadini della zona erano solito di immergere le loro mani, duramente provate dal duro lavoro dei campi, ricavandone notevole sollievo.
Quanto sopra ha incuriosito alcuni medici elbani ed ha dato l’avvio a tutta una serie di studi, mai interrotti, di varia natura; idrogeologica, microbiologica, mineralogica, clinica ecc. che hanno senz’altro contribuito ad una migliore conoscenza di tali peloidi, ad un loro inquadramento tassonomico e, perché no, ad una maggiore considerazione come mezzi di cura termale.
È l’origine che ha condizionato le differenze tra i tre limi.
Di solito, infatti, le saline sono costruite in modo da far sì che l’acqua di mare sia regolata da un sistema di chiuse tali che , l’acqua stessa una volta arrivata entro i bacini di evaporazione, abbassate le chiuse non possa più uscire.
Trattasi pertanto di un sistema nel quale la concentrazione di cloruro di sodio aumenta dalle bocche aperte al mare fino alla serie di vasche di evaporazione, nelle quali il sale raggiunge livelli di saturazione.
La salinità crescente consente lo sviluppo di pochissime specie viventi per di più entro i canali di accesso al mare.
A San Giovanni il bacino è invece aperto sul mare e la flora e la fauna che vi si sviluppa è molto varia e tipica del mare aperto; per questo centro quindi si può propriamente parlare di vero limo, mentre gli altri due, originati in un sistema chiuso, sarebbe più corretto definirll limani (dal russo liman che significa laguna con chiusa).
Nel bacino termale, esteso per ca. 5 ettari, cresce una particolare biocenosi marina, costituita da animali, da alghe e da vere e proprie piante monocotiledoni; che rappresentano in maniera prevalente la componente organica del limo (tabella e confronto) pari a quasi il 5 % con riferimento alla parte secca e sono in gran parte apportatrici di zolfo biologico. I materiali di scarto degli altiforni ricchi ancora di solfuro di ferro fanno sì che il limo stesso sia caratterizzato da un elevato tenore in ferro pari al 5 %.
Per ogni peloide al variare della natura chimico-fisica varia (tabella) l’indice di ritenzione di calore ed il limo di San Giovanni è tra quelli con l’indice più elevato.
Le caratteristiche peculiari del limo in oggetto certamente condizionano le modalità di applicazione e le indicazioni terapeutiche.
In primis la temperatura di applicazione che, in quanto ricco di ferro, si aggira intorno ai 42° C al massimo, proprio per la diversa conduzione termica del peloide; quindi la modalità di applicazione che viene eseguita all’interno del centro con il metodo detto a "camicia" (1-2 mm. di spessore): quanto sopra fa sì che il sovraccarico legato sia allo stimolo termergico in sé che allo spessore appunto dell’impacco sia decisamente inferiore.
La presenza del ferro, dello iodio e delle sostanze organiche, in gran parte apportatrici di solfo, consente inoltre di allargare l’utilizzo terapeutico non solo alle patologie del settore reumo-atropatico, come per gli altri peloidi, ma anche e sopratutto alle affezioni cutanee. Quelle che maggiormente benificiano, sono gli eczemi secchi e ipercheratosici, le affezioni con alta componente seborroica così come diverse forme di acne e inoltre anche la la psoriasi (ricchezza in solfo e ferro vedi Levico).
Alla luce di quanto detto nel panorama termale, e cito testualmente studiosi del settore sicuramente più autorevoli della sottoscritta, il limo marino di San Giovanni rappresenta un unicum irripetibile ed un patrimonio di tutti che va indubbiamente ancora indagato quanto a potenzialità terapeutiche, ma soprattutto salvaguardato e perché no considerato e valorizzato
Dott.ssa T. Balestrini
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